In allegato il paragrafo dell’ultimo rapporto Istat sulla situazione generale del paese dedicato alla povertà e le disuguaglianze economiche. Sia l’intero rapporto che la sua sintesi sono scaricabili da Logico Cloud, accedendo all’area della documentazione e in seguito alla cartella SN 2026 circolari statistiche e ricerche. Il testo selezionato contiene spunti che ci sembrano particolarmente interessanti per chi, come noi, intende sottolineare l’ineludibilità della questione abitativa ai fini della salvaguardia della coesione sociale. Ad esempio, riprendendo alcuni dati sulla popolazione a rischio di povertà, viene riportato che per il 35,9% degli individui le spese per l’abitazione rappresentano un onere economico pesante. Rispetto alla povertà assoluta viene confermato che i nuclei con persona di riferimento occupata non sono estranee al fenomeno: nel 2024 il 7,9% si trova in povertà assoluta, con un’incidenza che sale al 15,6% se la statistica viene riferita soltanto alle famiglie di operai ed assimilati. Ovviamente l’incidenza della povertà assoluta cresce quando la persona di riferimento è in cerca di occupazione (21,3%) mentre si conferma il valore minimo per le famiglie di ritirati dal lavoro (5,8%). Coerentemente con il successivo capitolo 3, che è interamente dedicato alla capacità di formare e valorizzare il capitale umano oltre che alla tenuta del capitale sociale e delle reti di supporto formale e informale, viene evidenziato che le persone più istruite sono molto meno esposte al rischio di sperimentare gravi forme di deprivazione: tra gli over25 solo il 2,3% dei laureati e il 6,1% fra i diplomati si trova in povertà assoluta. Puntualmente viene anche ricordata la condizione strutturale di maggiore fragilità degli stranieri. Rispetto ai dati territoriali segnaliamo il focus sul disagio socioeconomico nei quartieri delle 14 città metropolitane, che consente di visualizzare facilmente le zone più esposte a tensioni e degrado sociale. Per quanto riguarda invece la povertà energetica il dato di fondo è che la sua diffusione ricalca, all’incirca, il profilo territoriale e sociodemografico della povertà assoluta. Molto interessante anche la parte dedicata al ceto medio, così spesso evocato senza individuare esattamente i suoi confini. L’Istat prova a supplire riprendendo la definizione dell’OCSE per cui si tratta delle persone con reddito familiare equivalente netto compreso tra il 75% e il 200% del valore mediano e, poiché l’ultimo dato sul reddito netto mediano equivalente ammonta a 31.704 € annui, in Italia si tratterebbe grosso modo delle famiglie con reddito annuo netto equivalente fra i 23.778 € e i 63.400 €. Partendo da questa definizione viene calcolato che nel 2025 il ceto medio rappresenta il 61,2% dei residenti in Italia e che l’80% di queste famiglie vive in proprietà, una quota nettamente superiore a quella osservata nelle classi a più basso reddito (59,6% per la classe a rischio povertà e 65,2% per i meno abbienti) ma inferiore a quella delle famiglie ad alto reddito (oltre il 91% che vive in proprietà). Risulta dunque confermato che in mancanza della proprietà della casa di abitazione aumentano le fragilità sociali e cioè che sarebbe urgente offrire soluzioni abitative alle famiglie che non hanno sufficiente capacità economica per acquistare la casa di abitazione. Dati e considerazioni che, oltre a rievocare l’urgenza di un’immediata regolamentazione del mercato delle locazioni per favorire una maggiore diffusione dei contratti concordati di lunga durata, vanno riferiti anche al Piano Casa recentemente approvato con decreto legge che, almeno per ora, non individua in modo preciso i requisiti economici dei destinatari della nuova offerta di edilizia residenziale sociale che si intenderebbe realizzare.
Istat rapporto annuale 2026 cap 2 par 4
