In allegato le statistiche ufficiali del MEF sulle dichiarazioni dei redditi 2025 e relative all’applicazione delle varie cedolari secche per gli affitti. Viene confermato sostanzialmente a cominciare da una leggera flessione del gettito fiscale per la flat tax sugli affitti rispetto all’anno precedente (dichiarazioni 2024 per redditi 2023). Le entrate complessive restano comunque superiori ai 4 miliardi di euro. In altre parole il trend crescente della flat tax sugli affitti registrato dal 2011 in avanti sembra aver raggiunto il suo picco nel 2024 e tende ora a stabilizzarsi nel 2025. Ma il dato più significativo è che circa il 75% del gettito deriva dall’applicazione della cedolare al 21% sugli usi abitativi di libero mercato: oltre 3 miliardi di imposte generate da un imponibile di 14,4 miliardi e cioè in crescita rispetto ai 13,7 miliardi risultanti dalle dichiarazioni dei redditi del 2024. Così pure è in crescita la cedolare secca al 10% sugli usi abitativi di tipo concordato per un ammontare dell’imponibile che è passato da 7,4 a 7,9 miliardi e che quindi per il 2025 corrisponde a poco meno di 800 milioni. A tutto questo si aggiunge il flop della cedolare sugli affitti brevi che vale poco più di 200 milioni. Senza dubbio su questo incide anche una particolare propensione al sommerso che, come tutti sappiamo, tradizionalmente è molto forte nel settore delle locazioni turistiche. Viene però da sorridere ripensando alle aspre discussioni in occasione dell’ultima legge di bilancio, in particolare rispetto alle alzate di scudi per il rischio di un incremento spropositato del carico fiscale sulle locazioni turistiche. Nel frattempo continua tranquillamente a imperversare la cedolare secca per gli affitti abitativi di mercato di cui peraltro non beneficia solo la classe media ad integrazione di un reddito insufficiente. Una narrazione che viene volutamente esasperata per far passare in sordina ciò che sarebbe fin troppo ovvio ed evidente e cioè che sono soprattutto i contribuenti più ricchi ad avvantaggiarsene grazie al differenziale maggiore fra il 21% e l’aliquota più elevata. Una perdita di gettito che se venisse parzialmente recuperata potrebbe e dovrebbe essere destinata al rifinanziamento dell’edilizia pubblica. Inoltre tutto lascia pensare che rivedendo la cedolare secca al 21% ci sarebbe uno spostamento verso il canone concordato e quindi verso affitti più sostenibili. Questa considerazione puramente teorica risulta però già messa alla prova dai dati sul gettito regionale che, come già segnalato per gli anni precedenti, sembrano troppo disomogenei. Stando alla media nazionale nel 2025 il rapporto fra il gettito riferito alla cedolare secca al 21% e quella al 10% è all’incirca di 2 a 1. Vi sono però casi in cui il rapporto tende a diventare di 1 a 1 e non pochi altri in cui prevale addirittura il ricorso alla cedolare secca al 10% e questo lascia immaginare che forse ci sono alcuni accordi territoriali che sono troppo appetibili per i proprietari. Invece in altre Regioni il ricorso alla cedolare secca al 10% appare troppo limitato rispetto alla media nazionale e forse in questi casi ci si dovrebbe porre soprattutto nella prospettiva di una verifica ed eventualmente di una revisione in senso opposto. Peraltro a questa disomogeneità può contribuire anche una nostra mancanza in alcuni territori. Per fare un esempio nel caso di Bolzano, dove il Sicet non opera, il rapporto fra le due cedolari è quasi di 1 a 1 mentre a Trento, dove siamo scarsamente radicati, è quasi di 3 a 1 a favore della cedolare secca applicata sui contratti ad uso abitativo di tipo libero.
MEF statistiche cedolare secca affitti anno 2024
